06 – Monte Verde

Località di partenza:
Passo di Viamaggio (m. 984 slm)
Località di arrivo:
Monte Macchione (m. 1.032 slm)
Lunghezza:
km. 5,5
Dislivello totale in salita:
m. 472
Ritorno:
per lo stesso percorso

Descrizione

Il punto di partenza è il Passo di Viamaggio. Si lascia l’auto nel parcheggio di fronte all’Hotel Imperatore e si imbocca il sentiero CAI n. 00 (i segnali sono di fianco alla struttura dell’albergo). Adesso non c’è che da seguire il sentiero in costante ma non faticosa salita fino a Monte Verde, per circa un’ora di cammino.

Lungo tale sentiero, collocate quasi sempre ai suoi margini o nelle vicinanze, sono avvistabili resti di postazioni per fucilieri e mitraglieri, destinate a difendere l’eventuale attacco terrestre al Passo di Viamaggio, dove erano invece posizionate le batterie della contraerea e pezzi di artiglieria che sparavano verso la Valle del Tevere.

Più precisamente, salendo, appena finito il rimboschimento, sulla sinistra sono visibili i primi due resti; poco più avanti altre due postazioni di tiro, sempre vicine al sentiero; ed infine - più discoste dal sentiero - due postazioni per mitragliatrici: si trovano poco sotto la sommità di un poggetto con la cima “spianata” (probabile punto di osservazione).

D’estate la folta vegetazione rende un po’ difficoltoso l’avvistamento, ma va ricordato che questa dorsale nel 1944 era quasi priva di vegetazione di alto fusto e dunque le postazioni, oggi nascoste da fogliame ed alberi, godevano di ampia visuale.

Un esempio lo si ha allorché si raggiunge la sommità di Monte Verde; qui, un’ampia radura consente di “allungare lo sguardo” fin sulla Valle del Tevere e Sansepolcro, uno dei principali obiettivi delle artiglierie tedesche.

Una volta in prossimità della vetta di Monte Verde, si possono avvistare, nell’ordine: a) sulla destra una prima grande buca, resto di una postazione di tiro; b) pochi metri prima della sommità: il punto terminale di un trincea, seguendo la quale si arriva sul versante nord-est poco sotto la cima; c) qui, tre grandi postazioni per il ricovero della truppa (oggi nascoste nel bosco, oltre una recinzione).

E’ consigliabile ora proseguire l’escursione, e raggiungere Monte Macchione, sito di estremo interesse per ciò che riguarda i resti della Linea Gotica, trattandosi di un altro complesso di fortificazioni che conserva quasi tutte le tipologie di postazione costruite dai tedeschi.

Si prosegue sul sentiero CAI 00 scendendo fino alla strada forestale che unisce la strada provinciale di Viamaggio con Pian delle Capanne, e qui si svolta a destra lasciando i segnavia dello “00”.

Si scende lievemente sulla strada per poco più di 2 km. fino a giungere ai piedi di Monte Macchione, ultimo erto contrafforte del crinale che digrada verso la provinciale e quindi la Valtiberina.

Un sentiero di bestiame si stacca a destra: dapprima attraversando il prato e poi guadagnando il pendio meno ripido, si arrampica fino alla cima. Qui giunti, aggirandosi tra gli alberi e la vegetazione (d’estate fitta), sebbene ancora non recuperati sono visibili i resti di 12 postazioni, collegate da trincee. Si tratta per lo più di postazioni di tiro per fucilieri e mitraglieri.

Infine, nella parte posteriore del poggio (rispetto al sentierino di accesso), i resti di un ricovero per la truppa e di una casamatta sotterranea, il cui ingresso però è in parte franato. Per la visita a Monte Macchione, in ogni caso, è consigliabile chiedere informazioni in loco agli accompagnatori del Parco.

Il ritorno è previsto sullo stesso percorso per complessive 4 ore di cammino; chi invece avesse a disposizione più automobili, per ridurre l’impegno fisico potrebbe lasciarne una in prossimità dell’incrocio della forestale con la provinciale, e terminare così in pochi minuti l’escursione.

Focus storia: La ritirata tedesca e la guerra ai civili

Dal momento in cui i tedeschi abbandonano Roma, cominciano una lenta ritirata imperniata su un tattica che si rivela molto efficace: divisi in squadre di pochi uomini (con una mitragliatrice o un cannone PAK o un panzer) i difensori si appostano lungo le principali direttrici di marcia alleate, sfruttando palmo a palmo il terreno (piccoli borghi, case isolate di campagna, avvallamenti, ecc.). e bloccando così il passaggio. I soldati alleati ogni qualvolta incontrano uno di tali piccoli nuclei di resistenza sono costretti a fermarsi, chiamare in appoggio artiglieria o aviazione ed attender l’arrivo di carri o caccia che bombardano la postazione nemica. Ma nel frattempo i tedeschi si sono ritirati un po’ più indietro, su altre posizioni difendibili, pronti a fare di nuovo resistenza. In questo modo i reparti della VIII Armata britannica, così’ come quelli della V Armata statunitense, impiegano giorni per fare pochissimi chilometri. In ogni caso, dopo Roma l’inseguimento alleato - appoggiato dall’aviazione che colpisce tanto la linea del fronte che le retrovie nemiche - si concentra su quattro direttrici, quelle delle principali strade l’Aurelia, la Cassia la Flaminia e la Salaria. A giugno i tedeschi si fermano una prima volta, schierandosi su una linea difensiva tra il fiume Ombrone, l’Orcia, il lago Trasimeno e il fiume Chienti. Questa linea viene attaccata dagli Alleati nella seconda metà di giugno e ai primi di luglio l’inseguimento può riprendere. Ma si deve fermare poco dopo davanti ad una seconda linea difensiva tedesca, che stavolta va dal fiume Cecina, a Cortona, a Gualdo Tadino, al fiume Musone. Tenuto conto di questa tattica di guerra tedesca, di fatto l’Italia centrale già dal momento della rottura della linea di Cassino (maggio 1944) sono diventate un grande “retrovia” del fronte, e i tedeschi vi agiscono di conseguenza: minacciano la popolazione, sequestrano il bestiame, taglieggiano i contadini, stuprano, rastrellano i renitenti alla leva. E soprattutto, danno la caccia ai partigiani che stanno diventando una spina nel fianco sia per l’esercito tedesco, sia per i lavori di costruzione delle fortificazioni. A questo scopo vengono effettuate a più riprese, tra marzo ed agosto, vaste operazioni militari. Per quanto riguarda quelle del settore della Linea Gotica attorno a Badia Tedalda, interessano “a tappeto” un areale piuttosto vasto, che coinvolge il territorio di tre provincie: Pesaro, Forlì e Arezzo, con Badia Tedalda e l’Alpe della Luna a fungere quasi da “epicentro” di tale area. Va ricordato, qui, che oltre ai partigiani romagnoli (VIII Brigata Garibaldi) e pesaresi (V Brigata Garibaldi), che si muovono su queste montagne, anche nell’aretino il movimento partigiano ha preso piede. La notte del 25 maggio 1944 è da considerarsi, in tal senso, una data emblematica: sui crinali dell’Alpe di Catenaia la resistenza accende grandi fuochi che si vedono da distante. E’ una sfida agli occupanti, perché è il momento in cui scade il bando della leva repubblichina, e questa la risposta di tanti giovani: preferiscono andare con i partigiani.

Poi in giugno i partigiani - con raggruppamenti più forti ed organizzati, come la 23a brigata garibaldina “Pio Borri” e la 24a brigata “Bande Esterne” (tra cui la leggendaria “compagnia volante” di Licio Nencetti), in concomitanza con il proclama di Alexander; passano all’attacco, effettuando soprattutto in azioni di disturbo alla costruzione della Linea Gotica. La reazione nazifascista, come detto, è durissima: le esigenze della “ritirata aggressiva” tedesca determinano l’attuazione quasi sistematica della “guerra ai civili”. Tanto più che la ritirata tedesca subisce proprio in provincia di Arezzo un sensibile rallentamento, per dar modo di far procedere i lavori della Linea Gotica e far sistemare a dovere i reparti difensivi dietro tale linea: è un lento ripiegamento che si protrae da giugno a settembre, e contempla vere e proprie “battaglie d’arresto” dell’avanzata alleata. In questo contesto, l’adozione di metodi feroci - rastrellamenti, eccidi, stragi – finalizzati a colpire le popolazioni che danno sostegno ai partigiani, diventa modus operandi consueto di tedeschi e fascisti. A ciò sono deputate stabilmente intere divisioni, a cominciare dalla famigerata “H. Goering” (a cui si affiancano non di rado unità della RSI, come accade ad esempio, nell’aretino, con le squadracce della “Compagnia della morte”). Ecco allora la lunga e sanguinosa scia di stragi. In aprile tocca alle popolazioni di Vallucciole (108 morti), Partina e Moscaio di Banzena (37 morti) ed altri centri del Casentino. In giugno nei confronti di partigiani e civili sono adottate misure ancora più drastiche, che non tengono conto della Convenzione dell’Aja: fucilazione di ostaggi inermi, distruzione di case o villaggi, ecc. Il 14 e 15 giugno a Chiusi della Verna, sono uccise 10 persone. Il 20 e il 29 tocca a Montemignaio (16 morti); lo stesso giorno a Castel San Niccolò sono fucilati 13 civili, mentre una decina di partigiani muore in combattimento. Nei due mesi successivi la tragica sequela prosegue con l’uccisione, tra luglio e agosto, di numerosi civili a Poppi, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, Sestino e Montemignaio. Del resto, già nel mese di maggio Keserling ha tolto alla SS la lotta antipartigiana, trasformandolo da compiti di polizia a obiettivo militare tout court, incaricandone i reparti combattenti, che dovranno procedere con le stesse armi con cui combattono gli anglo-americani. Il 12 agosto, poi, lo stesso Kesserling emette il bando antipartigiano con cui ordina di costituire “una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultino esistere bande armate e di passare per le armi detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero arti di sabotaggio; di compiere atti di rappresaglia fino a bruciare le abitazioni poste nelle zone da cui siano stati sparati colpi d’arma da fuoco contro reparti o singoli armati germanici; di impiccare nelle pubbliche piazze quegli elementi riconosciuti responsabili di omicidi e capi di bande armate; di rendere responsabili gli abitanti di quei paesi dove si verificassero in eruzioni di linee telegrafiche e telefoniche nonché atti di sabotaggio relativi ala circolazione stradale”

Così, in agosto e in settembre si registrano ancora numerosi eccidi, specie nelle aree più prossime alla Linea Gotica; molte le località interessate, tra cui Sestino, Montemignaio, Pratovecchio, Badia Prataglia e Badia Tedalda. La popolazione sta subendo gli effetti della guerra già dal 1940, sia per effetto dei bombardamenti alleati, sia per la progressiva penuria dei generi alimentari (il tesseramento già nel 1942 ha ridotto la razione di pane a 150 grammi al giorno, la carne a 150 grammi alla settimana, l’olio a 200 grammi al mese; nel 1943 tali razioni diminuiscono ancora e nel 1944 diversi beni di prima necessità non si trovano più, se non al mercato nero). E adesso ecco i rastrellamenti, le rappresaglie, le requisizioni dei tedeschi, che per assicurarsi la tranquillità, non esitano a compiere efferati eccidi di massa. Dalla metà di luglio, poi, mentre la difesa tedesca si fa più accanita, comincia per i civili l’evacuazione forzata dei civili (senza evitare eccidi: a Moggiona l’11 settembre sono massacrate 19 persone).

Gli abitanti di Badia Tedalda, ovviamente, non fanno eccezione: il fronte è alle porte e tutti i giorni, ormai, le artiglierie dei due schieramenti contrapposti si fanno sentire. Gli sfollati sono mandati verso nord, per raggiungere paesi della riviera romagnola o della Pianura padana, da cui c’è chi torna solo nei primi mesi del 1945. A parte chi deve lavorare per la Todt, pochi sono quelli che scampano allo sfollamento. Badia Tedalda diventa il quartier generale della 114a Jaegerdivision e tutto il territorio, essendo proprio “sulla Linea Gotica” è pesantemente presidiato; oltre all’allestimento delle opere difensive, i tedeschi minano le aree che reputano strategiche per la difesa; depositano così migliaia di mine antiuomo e anticarro, disseminandole sulle strade e nei campi. Una volta terminata la guerra, costituiranno uno dei pericoli più gravi per la gente del posto.

Quando comincia l’attacco alla Linea Gotica sul settore adriatico, gli ordini per i reparti alleati che operano in questo scacchiere sono di “tenere sotto costante pressione” il nemico, per impegnarlo ed evitare che sposti truppe verso il fronte dove invece è previsto davvero l’attacco. Anche la contraerea tedesca, ben piazzata sui crinali, deve affrontare le frequenti incursioni dell’aviazione alleata (dapprima sono soprattutto caccia bombardieri poi sarà la volta anche degli aerei da ricognizione, che penetrano nella valli del Foglia e del Mareccchia per osservare le difese tedesche e favorire quindi i piani di attacco delle artiglierie e delle fanterie).

Il 24 agosto gli Alleati arrivano a Pieve Santo Stefano; il 2 settembre i Punjab della 25a brigata tentano un primo attacco su Montalone, ma sono respinti dal fuoco dei mortai tedeschi. Il 5 Montalone è occupata, e i tedeschi si ritirano. Il giorno dopo i Punjab prendono anche l’altura del Monte Modina, mentre i tedeschi si ritirano dietro la Linea Gotica e cominciano ad evacuare la valle del Tevere. I tedeschi, nonostante le difficoltà - scarseggiano i rifornimenti e i pezzi di ricambio per gli autocarri, cosa che paralizza la loro mobilità - sono ben decisi a difendersi; e stanarli dalle loro posizioni non è facile. A fine agosto, dopo una strenua battaglia, gli uomini del X Corpo d’Armata britannico entrano a Pieve Santo Stefano, ridotta ad un cumulo di macerie: oltre ai bombardamenti alleati, negli ultimi giorni i tedeschi hanno minato le case e le hanno fatte saltare; si sono salvati solo pochi edifici. Mentre continuano i cannoneggiamenti da una parte e dall’altra - che finiscono spesso per colpire i paesi, le case e i pochi abitanti rimasti - l’avanzata inglese rimane lenta; il 3 settembre gli uomini dell’VIII Armata arrivano a Sansepolcro (già da un mese in mano ai partigiani), ma poi impiegheranno oltre 20 giorni per arrivare a Bagno di Romagna (26 settembre), perché la strada del valico di Passo Coronaro è completamente minata e tutti i ponti sono stati fatti saltare. Anche l’avanzata ai lati est e ovest della Valtiberina è difficoltosa: a est il Passo di Viamaggio viene raggiunto solo intorno alla metà di settembre; a ovest, muovendo da Bibbiena, il Passo dei Mandrioli è conquistato il 20 settembre, e la discesa a valle risulta essere difficile, per via dei ponti fatti saltare dai guastatori tedeschi. Kesserling, in ogni caso, ordina la ritirata da questo settore della Linea Gotica non prima del 19 settembre, dando disposizione per un ripiegando lento, con manovre ordinate che devono servire ad abbandonare solo le posizioni troppo esposte e poi, come di consueto, difendere il terreno in ritirata palmo a palmo. Così, colonne di auto, camion, carri e soldati della Wehrmacht cominciano a lasciare la zona del Falterona e del Fumaiolo (per muoversi più agevolmente i tedeschi costruiscono addirittura una strada, dalle Balze al Fumaiolo ad Alfero fino a San Piero in Bagno; un’altra - dalle Balze a Badia Tedalda attraverso Pratieghi – viene resa carrozzabile per il transito dei mezzi pesanti) Ma gli Alleati contestualmente rallentano ancor più l’avanzata, mantenendo solo operazioni di pattugliamento (anche perché la divisione indiana si appresta a partire per l’Adriatico). Tutto attorno, dunque, continuano i cannoneggiamenti e le scaramucce tra pattuglie alleate in avanscoperta ed avamposti difensivi tedeschi. Intorno al 25 settembre le truppe tedesche si sono ormai ritirate da Badia Tedalda, restano in zona solo le pattuglie dei guastatori, che danneggiano ponti e strade, e depositano le ultime mine. Agiscono in una specie di “terra di nessuno” giacché gli Alleati sono arrivati al Passo di Viamaggio ma lì si sono fermati. Le condizioni meteo, del resto, non sono favorevoli ai movimenti di truppe: sta piovendo da giorni e le strade sono fangose e piene d’acqua. Carri armati, camion, truppe e soprattutto i cannoni sono difficili da far avanzare nella melma.

A fine di settembre, in seguito agli sviluppi dell’attacco sulla costa adriatica e al Passo del Giogo, i tedeschi si ritirano definitivamente dal tratto della Linea Gotica che interessa Badia Tedalda e dintorni, per non restare chiusi in una sacca. La liberazione della parte settentrionale della provincia di Arezzo si completa il 1 ottobre (Sestino). Nella Valtiberina toscana, alla fine sono 89 le vittime civili della violenza tedesca, ammazzati per lo più in una miriade di piccoli episodi. Mentre una parte degli abitanti di Badia comincia a rientrare, si può ancora sentire il tuono delle artiglierie alleate che - giunte finalmente a Bagno di Romagna - dal 28 settembre hanno cominciato a martellare la zona di Montegranelli e Facciano, dove ancora resistono alcune batterie tedesche, in modo da preparare l’avanzata verso Sarsina e Santa Sofia. Man mano che gli sfollati rientrano, ciò che appare ai loro occhi è un panorama desolante: case più o meno devastate dai tedeschi, campagne abbandonate (il grano, o almeno quel che ne resta, viene mietuto in ottobre), bestiame razziato o disperso, e – come detto – migliaia di ettari di terreno cosparsi di mine.

Nota bibliografica

Per la redazione dei testi si è fatto riferimento alla bibliografia attualmente disponibile, della cui composita e cospicua mole è qui impossibile dare conto. A titolo di primo orientamento, per i quadri generali del periodo 1943-1945, così come per una bibliografia di ampio respiro si rinvia a: AA.VV., Dizionario della Resistenza. Personaggi, luoghi, organismi e formazioni, De Ferrari, 2008, ed inoltre a: Collotti E. - Sandri R. - Sessi F., Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, voll. I-II, Einaudi, Torino 2000-2001. Per una bibliografia sulle vicende relative alla Toscana si rinvia a quella proposta dal Museo Virtuale dell’Antifascismo e della Resistenza. Per la presenza militare tedesca in Italia si è fatto riferimento soprattutto agli studi di Carlo Gentile, ivi compresa la banca dati on line curata nel 2004 da Gentile per l'Istituto Storico Germanico di Roma.