03 – Monte Botolino



I resti delle fortificazioni della Linea Gotica di Monte Botolino si possono raggiungere sia da Rofelle che da Fresciano. Di seguito la descrizione dei due itinerari (entrambi segnalati con i segnavia e le frecce giallo-blu del Parco Storico).

A) Da Rofelle

Località di partenza:
Rofelle (m.710 slm)
Località di arrivo:
Monte Botolino (m.1104 slm)
Lunghezza:
km. 4
Dislivello totale in salita:
m. 400

Dalla frazione di Rofelle si lascia l’auto e si continua a salire per la strada asfaltata verso Montebotolino. Alla prima curva si stacca, a sinistra, una stradina che conduce al cimitero del paese, davanti al quale si scende a sinistra seguendo i segnavia del sentiero CAI n°15. Guadato il torrente Fossone, si prosegue sul medesimo sentiero fino ad un grande masso spaccato che semi-ostruisce il cammino. Poco prima del masso, una freccia di indicazione del Parco della Linea Gotica invita ad una deviazione sulla destra, per giungere in breve a una radura dove è visitabile una casamatta sotterranea, destinata a deposito di munizioni (m.804 slm). Il sentiero - segnalato dai segnavia giallo-blù - è percorribile in circa 15 minuti, ma è poco evidente ed impervio nell’ultimo tratto (consigliabile quindi solo ad escursionisti esperti).

Tornando all’itinerario principale, superato il masso spaccato, il sentiero - ora più stretto - attraversa una vasta frana staccatasi dal ripido pendio soprastante, per riprendere in breve le caratteristiche iniziali fino alla piccola e caratteristica frazione arroccata di Montebotolino (quota m.889 slm – km.2,4 da Rofelle).

Castrum medioevale edificato sul Poggio del Paradiso, posto a strapiombo sulla Valle del Marecchia, alla fine del XIII secolo passò dalla famiglia Catani, di origine longobarda, all'abbazia dei Tedaldi. Nell'antica fortezza - oggi una chiesa – si può ammirare una bellissima terracotta robbiana, raffigurante l'incredulità di San Tommaso. Dal piccolo borgo il panorama è notevole: la vista spazia dall'Alpe della Luna, al Monte Zucca, al Fumaiolo, al Poggio dei Tre Vescovi.

Montebotolino - raggiungibile anche in auto per chi volesse ridurre il cammino - fu sede di comando uno dei tanti presidi locali tedeschi, e nasconde un’altra casamatta scavata nella roccia (ad appena 5 minuti di cammino dal centro del borgo, lungo il sentiero medievale che scende a Fresciano: seguire i segnavia del Parco).

Da Montebotolino si esce, in salita, in direzione di Rofelle, e in breve si devia a sinistra (freccia) per risalire la dorsale sud del Monte Botolino verso la cima. Il sentiero, ripristinato e segnalato, attraversa il rimboschimento e poco prima della cima - a quota m. 1084 - devia a sinistra, per raggiungere la postazione tedesca.

Destinato all’osservazione e alla contraerea, il sito è composto da una casamatta scavata nella roccia e da una trincea a semicerchio di circa 60 metri che termina con una postazione per mitragliatrice pesante. Scendendo da Monte Botolino, si rientra percorrendo lo stesso itinerario.

B) da Fresciano

Località di partenza:
Fresciano (m. 794 slm)
Località di arrivo:
Monte Botolino (m.1104 slm)
Lunghezza:
km. 4,4
Dislivello totale in salita:
m. 500

Come le altre frazioni di Badia Tedalda, anche Fresciano fu occupata dai tedeschi nei primi mesi del 1944. Fu sede di un comando locale da cui si dirigevano le operazioni di costruzione della Linea Gotica nella zona circostante. Oggi di tali fortificazioni rimangono pochi resti di non facile identificazione. Più interessante, dunque, salire da Fresciano a Montebotolino per vedere i resti ben conservati che si trovano sulla sommità del monte.

Da Fresciano si prosegue verso l’abitato di Fresciano bassa. Si lascia l’auto all’altezza dei segnavia bianco-rossi del Sentiero CAI n° 15 e della freccia giallo-blu del Parco Storico, che indicano entrambe il sentiero che parte sulla sinistra. Si sale lungo una strada di origine medioevale, seguendo sempre i segnavia, ed in circa un ora si raggiunge la frazione di Montebotolino.

Castrum medioevale edificato sul Poggio del Paradiso, posto a strapiombo sulla Valle del Marecchia, alla fine del XIII secolo passò dalla famiglia Catani, di origine longobarda, all'abbazia dei Tedaldi. Nell'antica fortezza - oggi una chiesa – si può ammirare una bellissima terracotta robbiana, raffigurante l'incredulità di San Tommaso. Dal piccolo borgo il panorama è notevole: la vista spazia dall'Alpe della Luna, al Monte Zucca, al Fumaiolo, al Poggio dei Tre Vescovi.

Montebotolino - raggiungibile anche in auto per chi volesse ridurre il cammino - fu sede di comando uno dei tanti presidi locali tedeschi, e nasconde un’altra casamatta scavata nella roccia (ad appena 5 minuti di cammino dal centro del borgo, lungo il sentiero medievale che scende a Fresciano: seguire i segnavia del Parco).

Da Montebotolino si esce, in salita, in direzione di Rofelle, seguendo la segnaletica giallo-blu, e poco dopo si prende a sinistra il sentiero - sempre segnalato - che in circa 45 minuti conduce ai resti delle fortificazioni, posti quasi alla sommità del monte. Destinato all’osservazione e alla contraerea, il sito è composto da una casamatta scavata nella roccia e da una trincea a semicerchio di circa 60 metri che termina con una postazione per mitragliatrice pesante.

La discesa avviene per lo stesso itinerario.

Focus storia: La presenza partigiana nel territorio a nord di Badia Tedalda

Dopo l’8 settembre tra gli antifascisti romagnoli sorgono divergenze sulla conduzione della resistenza. Alcuni non ritengono possibile sviluppare un movimento partigiano, altri - come Ilario Tabarri, futuro comandante dell’VIII Brigata Garibaldi - suggeriscono la tattica della guerriglia: attacchi a sorpresa, mobilità dei reparti e dislocazione su ampi territori. Altri ancora – basandosi su schemi militari tradizionali - ritengono di poter controllare stabilmente una vasta zona, la foresta di Campigna (sperano di radunare un esercito regolare concentrando qui i soldati sbandati, ma è un disegno che fallisce subito, sia perché solo un esiguo numero di militari si è rifugiato in Campigna, sia perché il luogo è privo di risorse alimentari).

Mentre si discute su tali questioni, nell’ottobre 1943 i primi piccoli gruppi partigiani del cesenate si insediano a Pieve di Rivoschio, e a fine novembre, anche in conseguenza dei bandi di chiamata alle armi della RSI per le classi 1924–25, sono già aumentati.

Questi partigiani si organizzano in “distaccamenti Garibaldi”, con comando affidato a Riccardo Fedel, un ex-ufficiale dell’esercito. Il distaccamento a metà febbraio è diventato una brigata di 250 uomini. Fedel, del resto, sembra intenzionato a costituire una grande formazione regolare, e per questo incoraggia in ogni modo gli arruolamenti. Ai primi di febbraio procede addirittura alla costituzione di una zona libera presidiata militarmente, il “Dipartimento del Corniolo”.

A fine febbraio sono 500 uomini: troppi per quella zona poco popolata e povera: i partigiani sono costretti talvolta ad operare requisizioni forzose di generi alimentari per poter sopravvivere. Del problema si rende subito conto Ilario Tabarri, inviato il 22 marzo a Strabatenza (dove nel frattempo i partigiani si sono spostati) per sostituire Fedel nel comando. Sono adesso 850 uomini, con appena 16 mitragliatrici, 360 fucili e poche munizioni.

In queste condizioni, in contrasto con Fedel (che pochi giorni dopo scomparirà con un’ingente somma di denaro, gettando una luce sinistra sulla sua figura), Tabarri suddivide gli uomini in 3 brigate, estendendo il territorio occupato. La prima brigata, meglio armata e con elementi esperti, si disloca dal Fumaiolo verso le Marche (con base alle Balze), la seconda si stabilisce nell’area del Fumaiolo (base a Capanne), la terza presidia il campo di lancio di San Paolo in Alpe. Ma si trovano a meno di 3 km dalle fortificazioni della Linea Gotica: una posizione pericolosa; tanto più che le autorità locali della RSI stanno richiedendo da mesi ai comandi tedeschi un’azione in grande stile “contro i ribelli della montagna”. E quando anche i tedeschi capiscono di avere alle spalle un movimento in grado di effettuare attacchi che rallentano il flusso d’uomini e materiali, il grande rastrellamento scatta davvero.

L’azione prende avvio il 6 aprile, impegnando reparti della Divisione “H. Goering” e della 356a Divisione di fanteria (a cui sono aggregati i granatieri della 29a Divisione SS italiana e formazioni antipartigiane di RSI e GNR). E’ una vera e propria azione di guerra, che si dispiega in una vasta area del versante appenninico delle province di Pesaro, Forlì, Arezzo e Firenze: più di 7.000 uomini, mezzi blindati e cingolati tra il 6 ed il 23 Aprile mete a ferro e fuoco le valli tra Marche e Romagna così come quelle dell’alto cesenate e forlivese. Di fronte ad un attacco del genere Tabarri (il cui nome di battaglia è “Pietro”) decide di far spostare i suoi uomini altrove: la prima brigata raggiungerà le Marche, le altre due scenderanno risaliranno il Passo dei Mandrioli e da lì si dislocheranno nella zona tra Santa Sofia e Campigna. Ma nel suo spostamento verso il Marecchia, la prima brigata si imbatte nelle truppe tedesche: lo scontro avviene il 7 aprile nei pressi di Fragheto, ed ha come “coda” la terribile strage perpetrata ai danni dei civili che abitano nella frazione (33 morti). I partigiani, seppure con qualche perdita (tra cui i 7 catturati dai nazifascisti nell’infermeria partigiana delle Balze e poi trucidati insieme a un’ottava persona a Ponte Carattoni), riescono a sganciarsi, ma invece di muovere verso est, ritornano sui propri passi e vanno a raggiungere i compagni nel Casentino. Così il 13 aprile la seconda parte del rastrellamento li trova tutti insieme, ancora in fase di riorganizzazione.

E’ del resto un attacco imponente, e resistere è impossibile; proprio in quei giorni l’operazione tedesca sta investendo anche il versante toscano con continui massacri sia di civili che di partigiani (Partina 13 morti, Stia 23 morti, Vallucciole 108 morti, solo per citare alcun esempi). Tabarri decide la ritirata sfruttando lo stretto passaggio che ancora resta aperto tra San Paolo e la strada del Cancellino. La cosa riesce, ma a prezzo di lasciare sul terreno molti uomini, il cui sacrificio, specie nel corso della cosiddetta “battaglia del Biserno” (17 aprile), permette di rallentare l’avanzata tedesca. Giunti in Toscana gli uomini della Brigata si disperdono: alcuni tornano a casa, altri si nascondono.

E’ un duro colpo per l’antifascismo romagnolo. E ci vorrà del tempo per riprendersi. Solo a fine maggio l’VIII Brigata, ormai ricostituita, può riprendere azioni militari contro i nazifascisti.

Il 2o distaccamento della brigata, comandato da Giuseppe Poggiali (“Pippo”), opera incuneato nell’Alta Valmarecchia, portando continui attacchi alle fortificazioni della Linea Gotica. Sono circa 50 uomini, che controllano una zona che va da Bascio sul Marecchia fino al Castagnolo, comprendendo la zona di Badia Tedalda, Caprile, Fresciano, Pratieghi, Balze, Capanne e Sant’Agata Feltria. Da fine maggio sono impegnati in continui assalti alle colonne tedesche, scontri con la milizia fascista, danneggiamenti alle fortificazioni, requisizioni di beni alimentari, ecc. Ai primi di giugno sul Fumaiolo catturano una pattuglia di soldati della RSI proveniente da Rofelle; i partigiani li interrogano e, venuti a conoscenza dei particolari della caserma nazifascista ivi dislocata (in realtà si tratta di alcune case requisite), decidono di attaccarla: il 4 giugno 1944 una squadra di una decina di partigiani, assalta quindi il presidio di Rofelle, composto da circa 60 uomini di truppa, 3 sottufficiali un tenente, ed un sergente maggiore tedesco (che comanda il presidio). Il tedesco viene ucciso e la truppa italiana, che non oppone resistenza, viene disarmata e rimandata a casa.

Il bottino di armi e materiale è eccellente e cospicuo tanto che per portarlo via si devono requisire diverse copie di buoi con relative tregge. Il 18 giugno i partigiani attaccano dei camion di soldati slovacchi aggregati ai tedeschi nell’alta Valmarecchia, uccidendone uno e catturandone nove (saranno poi rimessi in libertà, in seguito alla concessione di garanzie da parte del comandante slovacco che “Pippo” incontrerà in casa del prete, a Rofelle; pare che oltre alla garanzia di evitare rappresaglie nei confronti dei civili, riesca ad ottenere – in cambio del rilascio dei prigionieri – addirittura alcune armi). Il 27 giugno cinque militi di una delle tre compagnie di cui si compone il IV Freiwilligen Bataillon Polizei Italien - di stanza alle Balze - sono fatti prigionieri e in basa le alle indicazioni di uno di loro che si finge disertore, il giorno dopo viene attaccato la guarnigione delle Balze, nella speranza di ripetere l’esperienza di Rofelle. Ma stavolta va male: il finto disertore avverte i suoi camerati (che peraltro avevano già ricevuto dei rinforzi) e contro i partigiani si apre il fuoco delle mitragliatrici. L’attacco viene quindi annullato e i partigiani sono quindi costretti a ritirarsi.

I tedeschi reagiscono cercando di stanare i partigiani dell’VIII Brigata, ed organizzano due vasti rastrellamenti, durante i quali impiegano migliaia di uomini. Nel primo, dal 16 al 23 luglio, attaccano divisi su tre colonne.

Nel secondo, dal 16 al 23 agosto, l’operazione prevede una nuova tecnica: non più colonne di uomini e automezzi che battono le strade principali, ma piccoli gruppi, che procedono visitando sistematicamente tutte le case, tutti i boschi e gli anfratti del terreno. In entrambi i casi i partigiani riescono a sganciarsi, ma - come ordinato di Kesserling - vengono adottare pesanti contromisure ai danni dei civili. Le prime rappresaglie colpiscono soprattutto la zona a sud-est del Fumaiolo, fra il versante marchigiano e quello romagnolo; comincia così una sanguinosa scia di sangue che avrà il suo culmine nelle stragi di Tavolicci e del Passo del Carnaio. E’ nel corso di tali operazioni che si verifica anche l’eccidio di Montagna e Bigotta (2 luglio), e poi la cattura, la tortura e la fucilazione dei fratelli Bimbi e di Fosco Montini.

I poderi di Montagna e Bigotta vengono distrutti il 2 luglio dai militi di stanza alle Balze, che nell’occasione, oltre a catturare e torturare diversi abitanti - rei di “collaborazionismo con i ribelli” – massacrano otto uomini tra partigiani e civili (quasi tutti residenti nel territorio): Getulio Marcelli, Giuseppe Pettinari, Luigi Lazzarini, Augusto Bardeschi, Augusto Moroni, Giuseppe Casini e due triestini di cui non si sanno i nomi. L’8 luglio, in località la Spescia (tra Rofelle e Monte Loggio), i fratelli Bimbi e altri partigiani si sono dati appuntamento per decidere il da farsi dopo il rastrellamento della settimana prima. I fascisti salgono da un viottolo che dalle Balze sale al Monte Loggio (dove devono andare per sistemare una bandiera di segnalazione delle “zone di guerra” che era stata divelta proprio dai partigiani). I partigiani si avvedono dei fascisti quando costoro sono in località Dogana, ma non si rendono conto di chi sono, perché vestono in modo trasandato, senza divisa (qualcuno ha pure un fazzoletto rosso al collo) Quindi li lasciano arrivare lì e sono catturati senza colpo ferire. Sono, in realtà, gli uomini del IV Freiwilligen Bataillon Polizei Italien di stanza alle Balze; insieme ai fratelli Sildo e Frè Luigi Bimbi (originari di Siena, ex-ufficiali dell’aeronautica e partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi), fanno prigionieri il loro cugino Fosco Montini (carabiniere e anch’egli dal maggio con i partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi), Goretto Gori, Loreto Montini, Fortunato Vellati. Condotti dapprima sul Monte Loggio e poi alla Balze, sono tutti interrogati dai tedeschi e in un primo momento – non riconosciuti come partigiani – vengono destinati al personale della Todt. Ma il giorno dopo arrivano due spie che additano i Bimbi come capi partigiani, e le cose cambiano.

I due fratelli vengono torturati a lungo, poi portati in giro in varie località delle montagne circostanti per farli riconoscere dai contadini (forse anche per fari indicare dove sono nascoste le armi dei partigiani). Infine, nel pomeriggio del 12 luglio, vengono uccisi in località Macchiette (comune di Casteldelci).

Il giorno dopo, 13 luglio, nel trasporto degli altri prigionieri a Forlì, durante una sosta a Sarsina, Fosco Montini viene riconosciuto come partigiano da Calogero Riggi, un milite che in giugno lo stesso Montini aveva catturato e poi lasciato andare. Viene prima pesantemente malmenato e poi fucilano in un podere di campagna, in frazione Calbano.

I compagni, rinchiusi nelle carceri di Forlì, sono tutti deportati in Germania, tranne Goretto Gori, rilasciato dopo alcuni giorni. Le rappresaglie tedesche, comunque, sebbene continuino, non fermano l’attività partigiana che anzi diventa sempre più intensa, raggiunge anche le località della pianura, e prosegue fino alla Liberazione.

Nota bibliografica

Per la redazione dei testi si è fatto riferimento alla bibliografia attualmente disponibile, della cui composita e cospicua mole è qui impossibile dare conto. A titolo di primo orientamento, per i quadri generali del periodo 1943-1945, così come per una bibliografia di ampio respiro si rinvia a: AA.VV., Dizionario della Resistenza. Personaggi, luoghi, organismi e formazioni, De Ferrari, 2008, ed inoltre a: Collotti E. - Sandri R. - Sessi F., Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, voll. I-II, Einaudi, Torino 2000-2001. Per una bibliografia sulle vicende relative alla Toscana si rinvia a quella proposta dal Museo Virtuale dell’Antifascismo e della Resistenza. Per la presenza militare tedesca in Italia si è fatto riferimento soprattutto agli studi di Carlo Gentile, ivi compresa la banca dati on line curata nel 2004 da Gentile per l'Istituto Storico Germanico di Roma.