02 – La Linea Gotica

Badia Tedalda – Rofelle – Montebotolino – Fresciano – Valdazze – Viamaggio – Cocchiola – Badia Tedalda

Partenza e Arrivo:
Badia Tedalda
Lunghezza:
km. 38
Dislivello totale in salita:
m. 1.041
Quota di partenza:
m. 698 slm
Quota minima:
m.529
Quota massima:
m. 1.042 slm

Descrizione

Quest’itinerario percorre buona parte del segmento di Linea Gotica che attraversava il territorio di Badia Tedalda, e lungo il percorso sono visibili ancora oggi postazioni, casematte e posti di comando. Proprio a proposito di posti di comando, non va dimenticato che in uno degli edifici che si affaccia sulla piazza, a Badia Tedalda, era installato il comando della 114a Jaeger-Division, l’unità germanica deputata a difendere questo tratto della Linea Gotica dai primi di agosto del 1944 fino alla ritirata.
Alcune deviazioni, percorribili a piedi, consentono di raggiungere le sommità più elevate e panoramiche, dove erano dislocate le postazioni di contraerea e gli osservatori.
Si incontrano inoltre caratteristiche frazioni di montagna, alcune delle quali abbandonate da decenni, riscoprendo la viabilità tradizionale dell’Appennino che collegava anche le più sperdute comunità.
Si esce da Badia Tedalda sulla strada che dapprima scende al ponte sul Marecchia (km 3,4) e poi sale alla frazione di Rofelle (km 5,4); qui vicino a una quercia secolare troviamo la chiesa romanica di S. Maria di Rofelle (all’interno pregevoli opere del Cinquecento, tra cui un battistero con sette testine di angioletti in arenaria e un dipinto del Cristo Morto sorretto dagli angeli). Continuando a salire, finito l’asfalto si procede su un ultimo tratto di sterrata fino al caratteristico borgo arroccato di Montebotolino (km 9,2).
Castrum medioevale edificato su sito noto come Poggio del Paradiso, a strapiombo sulla Valle del Marecchia, alla fine del XIII secolo passò dalla famiglia Catani (di origine longobarda) all'Abbazia dei Tedaldi. Nell'antica fortezza - oggi una chiesa - si può ammirare una bella terracotta robbiana (l'incredulità di San Tommaso). Da qui il panorama è notevole: la vista spazia dall'Alpe della Luna, al Monte Zucca, al Fumaiolo, al Poggio dei Tre Vescovi.
Le frazioni di Montebotolino e di Rofelle (e i loro dintorni) furono sedi di fortificazioni tedesche, ma anche teatro di azioni partigiane. Da entrambe tali frazioni si possono percorrere (parte in bici e poi a piedi) alcune deviazioni per visitare siti con resti delle postazioni della Linea Gotica; segnaletica e tempi sono indicati in loco, qui si ricorderà soltanto che la deviazione più corposa (circa 25 minuti a salire e la metà a scendere) consente di raggiungere la sommità di M. Botolino (m. 1.104), dove si trovano, ancora in buono stato di conservazione, un bunker scavato nella roccia e una postazione di tiro della contraerea collegati tra loro da una lunga trincea.
Risaliti in bici, si supera la frazione di Montebotolino proseguendo sulla sterrata che sale tra i boschi, fino a guadagnare i ruderi della minuscola frazione di Serriole (km 11,4). Poi - dopo breve discesa - si risale subito a quota 990 m. slm, per scendere quindi decisamente a Fresciano (km 15).
A Fresciano - una delle frazioni oggi più popolose di Badia Tedalda - si transita nei pressi la chiesa dei Santi Pietro e Paolo dove si trova un'altra terracotta robbiana. Inoltre, con breve deviazione a Fresciano di Sotto (lungo una viuzza che diventa una sorta di mulattiera di campagna), si può raggiungere il Santuario della Madonna delle Grazie, uno dei più antichi e importanti dell'Alta Valmarecchia (conserva una tela del Quattrocento: la Vergine con il Bambino). Questo sito, noto già nel XIII secolo, fu distrutto e ricostruito più volte; l'ultima per volere del cardinal Bevilacqua, nella prima metà del XVI secolo: una leggenda narra che in agosto ci fu una miracolosa nevicata, la cui altezza indicò quella del muro della cappella da edificare, che da allora è chiamata anche Madonna della Neve.
Ripartiti da Fresciano, la strada è di nuovo asfaltata, e in meno di un km consente di raggiungere la provinciale, dove si gira a destra e si prosegue fino a Pratieghi (km 19,4). Alle prime case della frazione si prende a sinistra una stradina minore che risale, asfaltata, al cimitero del paese. Poco prima di giungervi, si va a sinistra su strada forestale che fino agli Anni Cinquanta rappresentava l’unica via per raggiungere (da Pratieghi) il Passo di Frassineto e quindi la Valle del Tevere.
Si sale nel bosco, si superano i suggestivi ruderi di Valdazze di Sotto in cui si scopre un panorama mozzafiato su tutta l’alta Valmarecchia e l’Alpe della Luna, fino a raggiungere Valdazze di Sopra (km 24,5). Nota come località turistica, nasconde resti di postazioni di artiglieria e di contraerea; una si trova proprio all’inizio della strada che sale al Monte della Zucca, altre due sul crinale in direzione del Poggio dell’Aquila.

Proseguendo su asfalto, si raggiunge prima il Passo di Frassineto (km 26) poi quello di Viamaggio (km 30), dopo aver toccato la quota massima del percorso a 1.042 m. (in questo tratto ci sono da superare due incroci, ben segnalati: il primo a destra per Pieve S. Stefano, il secondo al Passo di Frassineto a sinistra per Sansepolcro).

Una volta giunti al Passo di Viamaggio, prima di cominciare la discesa verso Badia Tedalda è consigliabile effettuare un’altra breve deviazione (a piedi) per visitare i resti di alcune delle tante postazioni che i Tedeschi avevano approntato nella zona del passo. Portandosi all’altezza della vicina chiesetta, ci si imbatte nel pannello del Parco Storico che offre le indicazioni necessarie, ma in ogni caso si tratta semplicemente di seguire per un breve tratto il sentiero di crinale (GEA 00), fino al punto in cui una deviazione segnalata (a destra, salendo) ci condurrà al vicino sito in cui si trovano i resti delle postazioni di tiro. Erano collocate a difesa di un eventuale avanzata terrestre degli Alleati proveniente dalla Valtiberina (che avrebbe dovuto giocoforza avvalersi della sottostante strada, essendo l’unica all’epoca percorribile dai mezzi pesanti).

Dal Passo di Viamaggio la veloce discesa sulla provinciale conduce in poche minuti alla frazione Svolta del Podere (km 33); qui si va a sinistra (indicazioni per Pratieghi), ma subito dopo si lascia l’asfaltata principale per svoltare a destra e salire brevemente fino a Casa Cocchiola (km 34,2). Qui - all’altezza dell’ingresso dell’agriturismo-ristorante - si prosegue a destra sulla stradina che sale al crinale; al primo incrocio si svolta a sinistra, nei pressi di una grande pala eolica (è visibile un tratto di strada lastricata di probabile origine medievale, se non addirittura di epoca anteriore: gli studi sono ancora in corso, ma di certo fu sfruttata in età granducale, poiché da qui passava la Strada Regia di Viamaggio).

Si continua sulla carrareccia fino a superare una radura, e a questo punto, subito dopo una svolta a destra, si comincia l’ultima discesa.
Ma proprio laddove la sterrata ci invita ad andare a destra per iniziare a scendere, è più che consigliabile una sosta: con brevissima deviazione a piedi si può raggiungere la cima del Sasso Cocchiola, proprio di fronte a noi. Qui troviamo i resti di una vero e proprio “fortino”, con una decina di postazioni destinate a ricoveri, osservatorio, trincee, tiri della contraerea (in loco, peraltro, sono visibili anche i pochi resti di un’antica fortificazione medievale).
E, se si ha voglia di camminare ancora un poco, la segnaletica del Parco Storico consente - scendendo sul versante opposto - di raggiungere altri resti della Linea Gotica: bunker scavati nella roccia (oggi franati), trincee e postazioni di tiro.
Tornati alle bici, si affronta la discesa; il primo tratto è ripido e scosceso, ma via via si fa sempre più scorrevole. Nell’unico incrocio che si incontra si va a destra, per uscire poco dopo sulla provinciale (km 37,4).

Quella che abbiamo appena percorso è la vecchia strada che univa la Valmarecchia con la Valtiberina attraverso il Passo di Viamaggio: ancora un antico tracciato, un altro esempio della viabilità appenninica che per millenni ha visto muovere la gente da una valle all’altra (e che nel 1944 tante difficoltà ha creato agli Alleati per sopraffare il nemico, abbarbicato sui poggi più protetti).
Alla provinciale si prende a destra, e in poche centinaia di metri si rientra a Badia Tedalda (km 38 dalla partenza).

NB – Dall’estate 2020 (e presumibilmente per tutto il 2021) il tratto compreso tra Casa Cocchiola e il Sasso di Cocchiola è interessato dal cantiere per i lavori di costruzione del nuovo metanodotto Sansepolcro-Rimini, e non è percorribile. Dunque, una volta giunti alla Svolta del Podere, occorre proseguire sulla provinciale fino a Badia Tedalda. Tuttavia, per chi volesse comunque visitare il sito del Sasso di Cocchiola, proprio alle porte del paese (dall’area attrezzata del Parco della Memoria) parte il sentiero segnalato che consente di raggiungerlo a piedi. Peraltro, in tal modo si percorre uno dei sentieri didattici del Parco Storico della Linea Gotica di Badia Tedalda, dove si trovano, oltre a postazioni ripristinate e ricostruite, diversi pannelli descrittivi.
Per info aggiornate sulla percorribilità del suddetto tratto occorre rivolgersi all’Ufficio Turistico della Pro Loco di Badia Tedalda.

Focus storia: La presenza partigiana nel territorio a nord di Badia Tedalda

Dopo l’8 settembre tra gli antifascisti romagnoli sorgono divergenze sulla conduzione della resistenza. Alcuni non ritengono possibile sviluppare un movimento partigiano, altri - come Ilario Tabarri, futuro comandante dell’VIII Brigata Garibaldi - suggeriscono la tattica della guerriglia: attacchi a sorpresa, mobilità dei reparti e dislocazione su ampi territori. Altri ancora – basandosi su schemi militari tradizionali - ritengono di poter controllare stabilmente una vasta zona, la foresta di Campigna (sperano di radunare un esercito regolare concentrando qui i soldati sbandati, ma è un disegno che fallisce subito, sia perché solo un esiguo numero di militari si è rifugiato in Campigna, sia perché il luogo è privo di risorse alimentari).

Mentre si discute su tali questioni, nell’ottobre 1943 i primi piccoli gruppi partigiani del cesenate si insediano a Pieve di Rivoschio, e a fine novembre, anche in conseguenza dei bandi di chiamata alle armi della RSI per le classi 1924–25, sono già aumentati.

Questi partigiani si organizzano in “distaccamenti Garibaldi”, con comando affidato a Riccardo Fedel, un ex-ufficiale dell’esercito. Il distaccamento a metà febbraio è diventato una brigata di 250 uomini. Fedel, del resto, sembra intenzionato a costituire una grande formazione regolare, e per questo incoraggia in ogni modo gli arruolamenti. Ai primi di febbraio procede addirittura alla costituzione di una zona libera presidiata militarmente, il “Dipartimento del Corniolo”.

A fine febbraio sono 500 uomini: troppi per quella zona poco popolata e povera: i partigiani sono costretti talvolta ad operare requisizioni forzose di generi alimentari per poter sopravvivere. Del problema si rende subito conto Ilario Tabarri, inviato il 22 marzo a Strabatenza (dove nel frattempo i partigiani si sono spostati) per sostituire Fedel nel comando. Sono adesso 850 uomini, con appena 16 mitragliatrici, 360 fucili e poche munizioni.

In queste condizioni, in contrasto con Fedel (che pochi giorni dopo scomparirà con un’ingente somma di denaro, gettando una luce sinistra sulla sua figura), Tabarri suddivide gli uomini in 3 brigate, estendendo il territorio occupato. La prima brigata, meglio armata e con elementi esperti, si disloca dal Fumaiolo verso le Marche (con base alle Balze), la seconda si stabilisce nell’area del Fumaiolo (base a Capanne), la terza presidia il campo di lancio di San Paolo in Alpe. Ma si trovano a meno di 3 km dalle fortificazioni della Linea Gotica: una posizione pericolosa; tanto più che le autorità locali della RSI stanno richiedendo da mesi ai comandi tedeschi un’azione in grande stile “contro i ribelli della montagna”. E quando anche i tedeschi capiscono di avere alle spalle un movimento in grado di effettuare attacchi che rallentano il flusso d’uomini e materiali, il grande rastrellamento scatta davvero.

L’azione prende avvio il 6 aprile, impegnando reparti della Divisione “H. Goering” e della 356a Divisione di fanteria (a cui sono aggregati i granatieri della 29a Divisione SS italiana e formazioni antipartigiane di RSI e GNR). E’ una vera e propria azione di guerra, che si dispiega in una vasta area del versante appenninico delle province di Pesaro, Forlì, Arezzo e Firenze: più di 7.000 uomini, mezzi blindati e cingolati tra il 6 ed il 23 Aprile mete a ferro e fuoco le valli tra Marche e Romagna così come quelle dell’alto cesenate e forlivese. Di fronte ad un attacco del genere Tabarri (il cui nome di battaglia è “Pietro”) decide di far spostare i suoi uomini altrove: la prima brigata raggiungerà le Marche, le altre due scenderanno risaliranno il Passo dei Mandrioli e da lì si dislocheranno nella zona tra Santa Sofia e Campigna. Ma nel suo spostamento verso il Marecchia, la prima brigata si imbatte nelle truppe tedesche: lo scontro avviene il 7 aprile nei pressi di Fragheto, ed ha come “coda” la terribile strage perpetrata ai danni dei civili che abitano nella frazione (33 morti). I partigiani, seppure con qualche perdita (tra cui i 7 catturati dai nazifascisti nell’infermeria partigiana delle Balze e poi trucidati insieme a un’ottava persona a Ponte Carattoni), riescono a sganciarsi, ma invece di muovere verso est, ritornano sui propri passi e vanno a raggiungere i compagni nel Casentino. Così il 13 aprile la seconda parte del rastrellamento li trova tutti insieme, ancora in fase di riorganizzazione.

E’ del resto un attacco imponente, e resistere è impossibile; proprio in quei giorni l’operazione tedesca sta investendo anche il versante toscano con continui massacri sia di civili che di partigiani (Partina 13 morti, Stia 23 morti, Vallucciole 108 morti, solo per citare alcun esempi). Tabarri decide la ritirata sfruttando lo stretto passaggio che ancora resta aperto tra San Paolo e la strada del Cancellino. La cosa riesce, ma a prezzo di lasciare sul terreno molti uomini, il cui sacrificio, specie nel corso della cosiddetta “battaglia del Biserno” (17 aprile), permette di rallentare l’avanzata tedesca. Giunti in Toscana gli uomini della Brigata si disperdono: alcuni tornano a casa, altri si nascondono.

E’ un duro colpo per l’antifascismo romagnolo. E ci vorrà del tempo per riprendersi. Solo a fine maggio l’VIII Brigata, ormai ricostituita, può riprendere azioni militari contro i nazifascisti.

Il 2o distaccamento della brigata, comandato da Giuseppe Poggiali (“Pippo”), opera incuneato nell’Alta Valmarecchia, portando continui attacchi alle fortificazioni della Linea Gotica. Sono circa 50 uomini, che controllano una zona che va da Bascio sul Marecchia fino al Castagnolo, comprendendo la zona di Badia Tedalda, Caprile, Fresciano, Pratieghi, Balze, Capanne e Sant’Agata Feltria. Da fine maggio sono impegnati in continui assalti alle colonne tedesche, scontri con la milizia fascista, danneggiamenti alle fortificazioni, requisizioni di beni alimentari, ecc. Ai primi di giugno sul Fumaiolo catturano una pattuglia di soldati della RSI proveniente da Rofelle; i partigiani li interrogano e, venuti a conoscenza dei particolari della caserma nazifascista ivi dislocata (in realtà si tratta di alcune case requisite), decidono di attaccarla: il 4 giugno 1944 una squadra di una decina di partigiani, assalta quindi il presidio di Rofelle, composto da circa 60 uomini di truppa, 3 sottufficiali un tenente, ed un sergente maggiore tedesco (che comanda il presidio). Il tedesco viene ucciso e la truppa italiana, che non oppone resistenza, viene disarmata e rimandata a casa.

Il bottino di armi e materiale è eccellente e cospicuo tanto che per portarlo via si devono requisire diverse copie di buoi con relative tregge. Il 18 giugno i partigiani attaccano dei camion di soldati slovacchi aggregati ai tedeschi nell’alta Valmarecchia, uccidendone uno e catturandone nove (saranno poi rimessi in libertà, in seguito alla concessione di garanzie da parte del comandante slovacco che “Pippo” incontrerà in casa del prete, a Rofelle; pare che oltre alla garanzia di evitare rappresaglie nei confronti dei civili, riesca ad ottenere – in cambio del rilascio dei prigionieri – addirittura alcune armi). Il 27 giugno cinque militi di una delle tre compagnie di cui si compone il IV Freiwilligen Bataillon Polizei Italien - di stanza alle Balze - sono fatti prigionieri e in basa le alle indicazioni di uno di loro che si finge disertore, il giorno dopo viene attaccato la guarnigione delle Balze, nella speranza di ripetere l’esperienza di Rofelle. Ma stavolta va male: il finto disertore avverte i suoi camerati (che peraltro avevano già ricevuto dei rinforzi) e contro i partigiani si apre il fuoco delle mitragliatrici. L’attacco viene quindi annullato e i partigiani sono quindi costretti a ritirarsi.

I tedeschi reagiscono cercando di stanare i partigiani dell’VIII Brigata, ed organizzano due vasti rastrellamenti, durante i quali impiegano migliaia di uomini. Nel primo, dal 16 al 23 luglio, attaccano divisi su tre colonne.

Nel secondo, dal 16 al 23 agosto, l’operazione prevede una nuova tecnica: non più colonne di uomini e automezzi che battono le strade principali, ma piccoli gruppi, che procedono visitando sistematicamente tutte le case, tutti i boschi e gli anfratti del terreno. In entrambi i casi i partigiani riescono a sganciarsi, ma - come ordinato di Kesserling - vengono adottare pesanti contromisure ai danni dei civili. Le prime rappresaglie colpiscono soprattutto la zona a sud-est del Fumaiolo, fra il versante marchigiano e quello romagnolo; comincia così una sanguinosa scia di sangue che avrà il suo culmine nelle stragi di Tavolicci e del Passo del Carnaio. E’ nel corso di tali operazioni che si verifica anche l’eccidio di Montagna e Bigotta (2 luglio), e poi la cattura, la tortura e la fucilazione dei fratelli Bimbi e di Fosco Montini.

I poderi di Montagna e Bigotta vengono distrutti il 2 luglio dai militi di stanza alle Balze, che nell’occasione, oltre a catturare e torturare diversi abitanti - rei di “collaborazionismo con i ribelli” – massacrano otto uomini tra partigiani e civili (quasi tutti residenti nel territorio): Getulio Marcelli, Giuseppe Pettinari, Luigi Lazzarini, Augusto Bardeschi, Augusto Moroni, Giuseppe Casini e due triestini di cui non si sanno i nomi. L’8 luglio, in località la Spescia (tra Rofelle e Monte Loggio), i fratelli Bimbi e altri partigiani si sono dati appuntamento per decidere il da farsi dopo il rastrellamento della settimana prima. I fascisti salgono da un viottolo che dalle Balze sale al Monte Loggio (dove devono andare per sistemare una bandiera di segnalazione delle “zone di guerra” che era stata divelta proprio dai partigiani). I partigiani si avvedono dei fascisti quando costoro sono in località Dogana, ma non si rendono conto di chi sono, perché vestono in modo trasandato, senza divisa (qualcuno ha pure un fazzoletto rosso al collo) Quindi li lasciano arrivare lì e sono catturati senza colpo ferire. Sono, in realtà, gli uomini del IV Freiwilligen Bataillon Polizei Italien di stanza alle Balze; insieme ai fratelli Sildo e Frè Luigi Bimbi (originari di Siena, ex-ufficiali dell’aeronautica e partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi), fanno prigionieri il loro cugino Fosco Montini (carabiniere e anch’egli dal maggio con i partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi), Goretto Gori, Loreto Montini, Fortunato Vellati. Condotti dapprima sul Monte Loggio e poi alla Balze, sono tutti interrogati dai tedeschi e in un primo momento – non riconosciuti come partigiani – vengono destinati al personale della Todt. Ma il giorno dopo arrivano due spie che additano i Bimbi come capi partigiani, e le cose cambiano.

I due fratelli vengono torturati a lungo, poi portati in giro in varie località delle montagne circostanti per farli riconoscere dai contadini (forse anche per fari indicare dove sono nascoste le armi dei partigiani). Infine, nel pomeriggio del 12 luglio, vengono uccisi in località Macchiette (comune di Casteldelci).

Il giorno dopo, 13 luglio, nel trasporto degli altri prigionieri a Forlì, durante una sosta a Sarsina, Fosco Montini viene riconosciuto come partigiano da Calogero Riggi, un milite che in giugno lo stesso Montini aveva catturato e poi lasciato andare. Viene prima pesantemente malmenato e poi fucilano in un podere di campagna, in frazione Calbano.

I compagni, rinchiusi nelle carceri di Forlì, sono tutti deportati in Germania, tranne Goretto Gori, rilasciato dopo alcuni giorni. Le rappresaglie tedesche, comunque, sebbene continuino, non fermano l’attività partigiana che anzi diventa sempre più intensa, raggiunge anche le località della pianura, e prosegue fino alla Liberazione.

Nota bibliografica

Per la redazione dei testi si è fatto riferimento alla bibliografia attualmente disponibile, della cui composita e cospicua mole è qui impossibile dare conto. A titolo di primo orientamento, per i quadri generali del periodo 1943-1945, così come per una bibliografia di ampio respiro si rinvia a: AA.VV., Dizionario della Resistenza. Personaggi, luoghi, organismi e formazioni, De Ferrari, 2008, ed inoltre a: Collotti E. - Sandri R. - Sessi F., Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, voll. I-II, Einaudi, Torino 2000-2001. Per una bibliografia sulle vicende relative alla Toscana si rinvia a quella proposta dal Museo Virtuale dell’Antifascismo e della Resistenza. Per la presenza militare tedesca in Italia si è fatto riferimento soprattutto agli studi di Carlo Gentile, ivi compresa la banca dati on line curata nel 2004 da Gentile per l'Istituto Storico Germanico di Roma.